giovedì 4 febbraio 2016

HERBERT BURGESS, CAMPO TESTACCIO E IL VINO ITALICO

Hartlepool, Inghilterra. Sì, parliamo di Roma, ma mentre parliamo di Roma, quel genio di Reg Smythe, agli editori che troppo spesso s’immischiano negli affari di chi scrive, disse: “All right, man. Let’s do it!”.
Ne nacque Andy Capp, un personaggio invisibile, mai visti i suoi occhi, che della birra e del calcio s’era innamorato sul suo stanco divano, valle a ricordare le grida di Flo, sua moglie. Non serve essere fumettisti incalliti per conoscerlo. Che poi indossava sempre quel pullover verde e la sciarpa rossa e il basco calato sulla punta del naso, imbronciato col mondo, vittima dei suoi vizi e dei suoi sprechi. Un po’ la reincarnazione degli anni ’50 di un allenatore che di calcio ne sapeva tanto, attivo un ventennio prima. Herbert Burgess, inglese pure lui, ovviamente. Da lì – e solo da lì – arrivavano gli innovatori negli anni ’20 e ’30; gli anni delle fabbriche povere e dei campi in terra battuta affianco. Scegliere l’Italia nell'immediato Dopo Guerra, non era sicuramente l’occasione della vita, il fascismo si stava sempre più radicando nell'omertà di una nazione in ginocchio. Austera. Ma furono due i motivi che spinsero Burgess a trasferirsi in un paese in cui, in dieci anni di carriera, le sole parole che pronunciò in italiano, furono: “Ma allora, chi avrà cura dei miei ragazzi?”.
Primo, il calcio. Padova, Milan, ancora il Padova. L’Inghilterra sì, dava le sue opportunità, ma in un football già antico come quello italiano, la teoria degli scambi di Burgess – criptica nel concetto, fluida nella manovra, svelta, lesta – diede soddisfazioni.
Secondo, ben più pregnante, il vino. E l’Italia era la sua isola di Lesbo, come un’amore tossico che lo mise in croce. La fiaschetta nella giacca ed un cognac che agitava i suoi umori, vivendo sempre al limite, che pure si fa fatica ad addentrarsi al suo interno, e raccontarlo.


BURGESS, LE BOTTIGLIERIE E LA ROMA
“Mò lo caccio.”
“Scusi Presidente, chi caccia?”
“Baccani. Quell’incompetente! Non ha capito nulla di questa squadra, di questi tifosi. Roma è umorale, violenta, agitata. Baccani è un uomo di poco polso, non va bene. C’è quell’inglese libero, quello dal carattere strano, Burgess si chiama, no? Ecco, lui sì che saprebbe tenere a bada questa città.”

A Roma lo portò il presidente Renato Sacerdoti, che s’impuntò per averlo. Alcuni nutrivano dubbi. Beve troppo, dissero, non senza torto. Fernando Eusebio, ex attaccante della Roma lanciato in Serie A proprio dall’inglese, raccontò che una volta Burgess rischio la vita per l’alcol: “Una sera si prese una grossa sbornia. Tornò nottetempo all’alloggio e, nel mettersi a letto, prese male il materasso e s’impigliò un orecchio tra la rete e il ferro di sostegno. L’orecchio gli si staccò per metà. S’era fasciato la testa con un panno, a mo’ di turbante. Credeva di averlo riattaccato. Per poco, l’emorragia non gli costò la vita”. Altre volte, lo beccavano sotto un lampione, o a vagare senza meta nel cuore della notte. E’ il ratto che agisce senza pensare alle conseguenze, si fa del male da solo, beve per vomitare e vomita per bere. E’ il ratto che sragiona, non è più padrone di sé stesso. Il cervello umano però non è molto simile a quello di un ratto. A meno che non si tratti di alcol.
Burgess frequentava spesso una bottigliera in Piazza Vittorio Emanuele II, e in una Roma testaccina, operaia, popolana, culla dell’affetto, era amato. Voglio dire, tutti gli volevano bene. Non perché bevesse o avesse quell’aspetto da ubriaco tipicamente anglosassone, ma per la sua intimità straniera con Roma. L’orgoglio di appartenere all’AS Roma si tradusse in un ferreo sentimento di fedeltà alla squadra. Che trasmise. Nessuno giocava per sé, s’era schiuso anche in Italia quel senso del collettivo così insediato e tradizionale nel football britannico. Quella che ne nacque, fu un’autentica amicizia tra l’allenatore e il resto della squadra. Uno spirito quasi intimo, che col calcio militaresco di quegli anni poco c’azzeccava. E l’etere e il carattere romano ci sguazzavano dentro.

CAMPO TESTACCIO 
3 Novembre, 1929. Strutturalmente Campo Testaccio nasce in questo momento, ma in realtà Campo Testaccio è più un’idea, una lacrima proletaria, una storia. Una storia di quattro tribune in legno verniciate d’ocra e rosso pompeiano, una capienza di 20mila spettatori ed un cinque a zero alla Juventus che pure una pellicola in bianco e nero è diventato. Mario Bonnard e il suo cinema che nella Roma, creano.
Il 3 Novembre, la Roma gioca la sua prima partita a Campo Testaccio, contro il Brescia.
Vinse.
Burgess se ne stava in tribuna, a sbraitare contro l’arbitro, con la fiaschetta di cognac in mano. Non perse mai il vizio. E l’8 Dicembre, la Roma vinse religiosamente il primo derby della Capitale, segnò Volk ad un quarto d’ora dal termine.
Probabilmente fu qui che nacque l’usanza romana per cui agli eroi dei derby si offrono caffè e taxi, anche se per Burgess erano quarti di vino. In fondo, che male c’è in un po’ di alcol, diceva spesso agli osti. Beveva da solo, segregato, non gradiva granché la compagnia.
Questo però non influì sui risultati in campo. Nella stagione 1930-31, lambì lo Scudetto, conquistando 51 punti in 34 partite. La sua squadra segnò più di tutti – 87 reti –, e subì il minor numero di gol, 31. Campo Testaccio fu violato una sola volta, contro il Milan. Che, detto sinceramente, dei numeri, delle statistiche, dei tabellini, a lui non je ne fregavano un cazzo. Due cose amava: la fiaschetta di cognac e i suoi ragazzi, così li chiamava. Il resto era superfluo, contavano solo Gli eroi di Testaccio. Ma Herbert Burgess cementò, piastrella su piastrella, quella che oggi è la leggenda del Campo Testaccio. Leggenda caduta in rovina, preda di avvoltoi affamati che faticano a ricordare il passato sportivo, che nemmeno si degnano di fissare una targhetta celebrativa o di sfoltire la foresta che ormai s’è addentrata tra le quattro tribune in legno verniciate d’ocra e rosso pompeiano.
Niente.
Abbandonato alle storie, ai racconti e alle pellicole.

CHI AVRA’ CURA DEI MIEI RAGAZZI? 
Come in tutti gli sport, anche i cicli più densi, vividi, sono destinati a finire. La Roma, nella stagione ’31-’32 non gioca più a calcio. Gioca male, racimola una miseria di punti, solo 10 in 9 partite. Poi se ne va in trasferta a Firenze, e dovrebbe essere la gara del riscatto, ma che di riscatto non avrà nulla.  Perde malamente per 3 a 1, e il Lunedì sera successivo, Burgess viene convocato nella sede della società, alla Passeggiata di Ripetta, lungo il Tevere. Prima di entrare in sede, Burgess dà un ultimo sorso alla fiaschetta, specchiandosi nel fiume. Disse di essere comunque soddisfatto.La Roma lo congeda con una lettera, tipo campo di battaglia – nemmeno così fuori luogo, in realtà -, sostituendolo Janos Baar. Alche, guardò uno ad uno i giocatori, presenti alla riunione, e mormorò, avvilito e sconfitto, le sue uniche frasi in italiano: “Ma allora, chi avrà cura dei miei ragazzi?”
Se ne uscì poi dalla stanza, strinse la mano a Baar. “Sinceri auguri per Domenica prossima”, disse. L’aplomb inglese, in fondo, non è qualcosa che si impara; si ha per nascita, ius sanguinis.
Se ne tornò sul Tevere, ma non sorseggiò del cognac dalla fiaschetta. Prese la sua strada e se ne andò da Roma, dove non tornò mai più. Entrò in guerra, sì. Ma era quella con sé stesso, con i suoi vizi, con le sue inquietudini, col suo sonno tormentato e l’alcol gli bruciò il fegato. Morì nel 1954, vittima della sua fiaschetta, anche se, a dire la verità, era morto già tempo prima. Perché ci sono partite che non si possono mai vincere, ma ne vale sempre la pena.