lunedì 4 maggio 2015

L'EREDITA' DIMENTICATA DEL GRANDE TORINO

Quello che è stato il Grande Torino rimarrà inevitabilmente scolpito nelle ossa e nei ricordi di chi in quell'epoca povera ed ingrata, ha sputato sangue e sofferto con cicatrici incise a bruciapelo. Perché l'Italia di allora era un paese malandato, spuntato, territorialmente spoglio. Avaro di aromi, di profumi, di colori.
Di tutto.
La Seconda Guerra Mondiale ha disintegrato ogni realtà, persino quella più orgogliosamente patriottica. Storia di italiani che ammazzano italiani, partigiani e fascisti che cadono a terra con delle pallottole fratricide conficcate nel petto bordò. E' inutile nascondersi dietro ad un dito, è il nostro personale e cupo passato, che nessuno può scordare. E bambini che diventano nonni, che ti stringono le mani e ti raccontano la loro vita tre, quattro, cinque volte. E ogni volta è come se non l'avessi mai sentita. Probabilmente è così, c'è sempre un nuovo disegno dietro ai loro ricordi masticati dal tempo.
In fondo, se li ascolti, c'è tanta incertezza nei loro monologhi, è un paradosso che funziona perfettamente. Ma proprio nell'incertezza di un domani demolito dalle mitragliette e dai Dakota sorvolanti nei cieli, c'era chi vedeva nel Grande Torino una flebile speranza a cui aggrapparsi per dimenticare anche solo per un breve istante un dolore che non può essere narrato su un pezzo di carta. Come Oreste Bolmida, un comune ferroviere nella vita quotidiana, ma pioniere del quarto d'ora granata allo stadio Filadelfia. Si, perché quando fischiettava nella tromba tre squilli, Valentino Mazzola si rimboccava le maniche della maglia, che in realtà maglia non era se non una cozzaglia di lana arruffata. E da lì in poi, chi non s'alzava in piedi sugli spalti, poteva anche tornarsene a casa, perché quei quindici minuti ricordavano ad ogni italiano d'esser fiero ed orgoglioso della propria terra e di sé stessi, nonostante le incessanti umiliazioni politiche.
Il Grande Torino non nasce nel 1946, cioè quando riparte il campionato di Serie A a girone unico. E nemmeno negli anni '40, dove perde diversi Scudetti solo perché il Nord era bombardato notte e giorno, e perché tanti calciatori prestarono leva all'esercito, senza mai più riassaporare l'incenso di casa. No, il Grande Torino nasce con la Guerra. Nasce probabilmente fra i carri armati ad Auschwitz e la rivoltella di Hitler, fra il movimento partigiano e il cappio al collo a Mussolini. Ecco, è proprio qui che il popolo italiano ricerca incessantemente quel senso di fratellanza, di società, di collettività che durante il Secolo Breve non ha mai di fatto vissuto. Perché l'Italia era unita solo all'apparenza, poi la maschera cadde e si celarono dietro imbrogli elettorali e violenze, assassini politici e soprusi. Botte su botte e lividi neri sui volti tumefatti dei cadaveri gettati a terra, o in campagna. E quando l'unica libertà ammessa era quella di sopravvivere – e non di vivere – , il Grande Torino diventava allora l'epicentro di un mondo a sé, dove il calcio si mescolava con la cruda e invivibile realtà, offrendo però quindici minuti di dignità pubblica.

Che cos'è tutto questo allora, se non un'altra epoca, un altro calcio, più comune, coinvolgente, abbracciato anche da chi con questo sport poco nulla c'azzeccava. Perché in fondo tutti tifavano un po' Torino. Pure il Sud – sì quella landa arida economicamente, dialettale, in costante contrasto con le grandi fabbriche del Nord –. Pare un controsenso, eppure era questa la forza del Grande Torino: accomunare tutti. E laggiù, dove si faticava ad acquistare anche un pezzetto di pane vecchio, ci si innamorò del Grande Torino grazie ai giornali gettati sui marciapiedi come fosse spazzatura. Ma non lo era, perché a volte le grandi imprese non si possono guardare con i propri occhi, ma solamente leggere. Comprendere. E ricordare, qui dentro alla testa.
Ricordare.


Ecco, se c'è qualcosa che è stato realmente dimenticato, questo è proprio il ricordo del Grande Torino. Non delle gesta, non dei risultati, non delle statistiche. E nemmeno degli uomini che indossavano quei felponi in lana grezza. No, ciò che è stato veramente dimenticato è quello che era, in fondo, il Grande Torino. Ciò che è stato per l'Italia di quell'epoca faticosa. Asmatica. Vissuta a singhiozzi. Oggi viviamo in un'epoca calcistica sciolta nella tortura verbale. Dissolta in ingiustizie che non fanno altro che alimentare un odio, che altrimenti non si radicherebbe nemmeno nelle vene di chi va allo stadio. Corroso nelle parole vaneggiate davanti alle telecamere. E' questa l'eredità sepolta sotto le lamiere ancora in fiamme di Superga: quel senso di appartenenza ad un mondo calcistico che ormai non ci appartiene più.