sabato 11 aprile 2015

TORINO - ROMA: CRONACA DI UN CALCIO CHE ERA E CHE NON E' PIU'


E' un peccato non aver vissuto quel pezzo di Storia calcistica che inevitabilmente ha scolpito le ossa e i ricordi del complicato dopo Guerra. Povero ed ingrato. Ma nell'incertezza di un domani demolito dalle mitragliette e dai Dakota sorvolanti nei cieli, c'era chi vedeva nel Grande Torino una flebile speranza a cui aggrapparsi per dimenticare anche solo per un breve istante un dolore che non può essere raccontato su un pezzo di carta. Come Oreste Bolmida, un comune ferroviere nella vita quotidiana, ma pioniere del quarto d'ora granata allo stadio Filadelfia. Si, perché quando fischiettava nella tromba tre squilli, Valentino Mazzola si rimboccava le maniche della maglia, che in realtà maglia non era se non una cozzaglia di lana arruffata. E da lì in poi, chi non s'alzava in piedi sugli spalti, poteva anche tornarsene a casa, perché quei quindici minuti ricordavano ad ogni italiano d'esser fiero ed orgoglioso della propria terra e di sé stessi, nonostante le incessanti umiliazioni politiche.
Dico, perché tutto questo.
Perché tutto nasce in un Roma – Torino, 28 Aprile 1946. Prima dell'inevitabile sospensione del Campionato, nella stagione che parte dal 1941 e termina l'anno successivo, la Roma conquista il primo scudetto della sua storia. Ma è un tricolore anomalo, ambiguo, vagamente surreale: il Nord fu preso d'assalto dai bombardamenti e tanti e tanti calciatori prestarono leva nell'esercito che, per la maggior parte, non avrebbe più rivisto un campo da calcio. Alcuni si, ma in un campo di concentramento, altri nemmeno quello perché morirono con delle pallottole partigiane conficcate nel petto. E' inutile nascondersi dietro ad dito, è la nostra personale e controversa storia. Accade che la Juventus sprofondi, il Genoa pure e il Torino che in quegli anni stava perfezionando Il Sistema – sì, proprio quello di Gustav Sebes applicato all'altra squadra che merita l'appellativo di Grande, ossia l'Ungheria – cada fragorosamente. Una giornata di Sole. Pieno. Acceso. Radioso. Il Circo Massimo che s'azzuffa per la prima volta e i bandieroni giallorossi a spezzare la monotonia delle nuvole bianche, i sorrisi caldi del popolo reso soddisfatto per aver battuto quel Torino. 

Trascorrono quindi quattro anni fra un calcio giocato a singhiozzo e il cappio al collo a Mussolini, fra i carri armati sovietici ad Auschwitz e la rivoltella di Hitler. Il calcio riparte, e qua tutto prende forma.
Quindici minuti.
Sette a zero.
E' il 28 Aprile 1946, la Roma viene disintegrata in briciole.
Di cosa stiamo parlando, ditemi. Cos'è tutto ciò, se non storia di un altro gioco, di un'altra passione, probabilmente più comune, coinvolgente, a momenti quasi fraterna. Raggiante. Perché tutti in fondo tifavano un po' Torino. E oggi leggere e rivivere mentalmente quei ricordi sbiaditi da violenze solidamente mentali – oltre che fisiche – dà uno strano effetto. E' l'epoca del calcio sciolto nella tortura verbale. Dissolto in ingiustizie che non fanno altro che alimentare un odio, che altrimenti non si radicherebbe nemmeno nelle vene di chi va allo stadio. Corroso nelle parole vaneggiate da sorrisi finti davanti alle telecamere.

A volte il silenzio dovrebbe fare da ossigeno a chi parla ma non pensa alle conseguenze, da una parte e dall'altra, senza distinzioni. E se un domani cinquantamila persone stipate in uno stadio, avranno la forza di tifare insieme senza scadere in provocazioni inutili, allora il Grande Torino e quel calcio pulito, cameratesco, allegro, potrà sopravvivere alla morte.