sabato 25 aprile 2015

INTER, ROMA E LO STADIO BENTEGODI


Inter – Roma rimanda inevitabilmente a quella faida interiore che ciascun romanista ha assaggiato melanconicamente. Quello che poteva essere e che non è mai stato. Stadio Bentegodi, Chievo, il rosso porpora dei fumogeni che sfuma laddove le parole non trovano luogo, non trovano quiete. Ma solo rimorsi, e lì feriscono come spine di rose.
Siamo stati Campioni d'Italia per quarantacinque minuti. E per altri quarantacinque minuti le cuffie delle radioline tascabili mettevano angoscia ad ogni cuore strozzato in gola. Papà che si lancia contro le ringhiere al gol di Vucinic, io che nervosamente mi sradico le unghie dei pollici alla rete di Daniele. Forse è la volta buona, dico a papà.
Papà ha gli occhi lucidi.
Non risponde.
Perché no, non sarà la volta buona. Né in quella Domenica torrida e secca, né oggi, dove la latta di ogni trofeo s'è sciolta nei fantasmi dei tifosi già in festa al Circo Massimo. Quarantacinque minuti possono essere un'eternità, ma anche svanire nel lampo di un tabellone illuminato. Milito. In quel momento capisci che la Roma non vincerà più lo Scudetto, perché allora continuare a sgolarsi con cori d'amore? Perché siamo romanisti. Perché abbiamo riempito Bari e Verona, i poli contrapposti del nostro epicentro. E perché il nevrotico patimento e la sofferenza ci hanno arrogato come il loro vanto.
In fondo la Roma che vince è un matrimonio che non s'ha da fare, per mille motivi. E mille ancora. Perché in quell'epoca lontana e calcisticamente miope, la Roma non hai mai lottato contro una sola squadra. Ma contro un'istituzione. Una lega. Un gregge di uomini in giacca e cravatta che ti guardava ai piedi di un letto d'ospedale, Arancia Meccanica. La dinamica è la stessa: tu cadi e gli altri vincono. Con la sola differenza che la cura Ludovico non ammazza noi tifosi romanisti, ma tutti gli altri che rimangono in silenzio.
Oppure perché mosciamente la Roma si perde nello spettro di sé stessa, cozzando con qualunque tipo di difficoltà, di disagio, di crisi. E' la Roma di oggi e di ieri, a cui manca perennemente quel guizzo, quella festa. E di Inter – Roma, rimarrà una sola fotografia: l'applauso malinconico delle ore 17 allo stadio Bentegodi.