venerdì 27 marzo 2015

UNA VITA PASSATA A CORRERE: ALESSANDRO FLORENZI

Sulle 8 miglia di Robert Kraft si dovrebbe scrivere un libro, o forse un film. O forse quelle 8 miglia già sono la trasposizione nella vita quotidiana di Forrest Gump. Perché Miami si gode un uomo, e probabilmente è anche riduttivo chiamarlo così, che dal 1975 corre. Non importa se diluvia o grandina, se fa un caldo torrido o l'aria si mescola con l'afa secca, lui corre. E così per 40 anni, ogni mattina, come se la corsa fosse l'epicentro di una vita altrimenti priva di colori. Oggi sei a Miami, domani a metà strada per la Luna; e sì, è la distanza in chilometri che Robert Kraft ha percorso in tutti questi anni dedicati a sé stesso. Ai suoi polmoni, alle sue gambe.
Al suo cuore.
Non è una questione di fiato, ma di porsi un limite, raggiungerlo e poi superarlo. Così, all'infinito, per sempre. Perché in fondo la corsa non è che la metafora della vittoria su sé stessi. Gridare ce l'ho fatta al mondo intero.
Deve aver pensato questo Alessandro Florenzi, quando nella prima partita giocata da titolare con la maglia della Roma, segna. E' un Inter – Roma, il Clasico del post-Calciopoli, una gara che non ha mai perso, e nemmeno oggi, quei connotati tipicamente italiani. Il Nord e il Sud. Il freddo e il gelo; il mare e il profumo di salsedine. Il denaro e il potere; l'affanno malinconico di chi ci prova ma non arriva mai. Questo è lo scenario di Inter – Roma, e Florenzi apre il sipario della Scala del Calcio con una zuccata dritta all'angolo opposto, lui che non arriva nemmeno al metro e ottanta.
Ma lui corre. Suda. Gronda di grinta. Fin dal primo giorno, dal primo allenamento, dal primo piede poggiato a Trigoria. Ah, servito da una pennellata di Totti, come se il destino avesse inciso il proprio marchio nel cuore di Florenzi.

TRA LA PRIMAVERA E IL PIANTO. Non è un predestinato, non lo è mai stato, neppure nella Primavera guidata da Alberto De Rossi, dove solo attraverso il sacrificio e il sudore conquista la fiducia di tutti. E' il suo primo obiettivo, la prima tappa della maratona che ancora oggi corre a polmoni aperti. Non si stanca mai, uomo vero. E Bruno Conti guarda oltre la bassa statura e le non straordinarie qualità tecniche – all'epoca –, lui vede un titolare della Roma.
Vedrà bene.
Tanto che in prima persona sprona De Rossi a schierarlo in campo sempre più spesso, e alla fine Florenzi indosserà la fascia da capitano, che non è quella pesante di Totti o di Daniele, ma lo rende ugualmente orgoglioso, fiero di sé. Romanista, non che non lo fosse precedentemente, ma ora tutto ha un sapore diverso. Tutto ha un colore diverso. E' il trionfo della meritocrazia, del duro lavoro, di chi si schiera a testuggine e non molla un centimetro.
Un Soldato e la sua trincea conquistata.
Parlando di Florenzi, tutto inizia in un Roma – Sampdoria. L'esordio, poetico, tra il brivido che percorre la spina dorsale e il fremito angosciato nei polpacci. Il cinque ricevuto da Totti, da suo raccattapalle a suo erede. E' uno scambio di filosofia, di Storia, quella con la s maiuscola. Ma anche tutto finisce in un Roma – Sampdoria, perché una parte di Alessandro rimarrà sempre e comunque ancorata tra le gabbie dei pianti sotto la Curva Sud. Storia recente, storia di Mettece 'npo de più a da sta palla eh, quando tutto ormai era perduto. E sono le lacrime di chi vede un pezzetto di sé morire dentro, e non può fare nulla per fermare questa implosione. Se non correre. E ancora, e ancora, guadagnandosi l'affetto incondizionato del pubblico. Un po' come Robert Kraft, solitario nelle prime corse sulla spiaggia, ma che ora in ogni cittadina che attraversa, un gruppetto di giovani ed anziani, fregandosene dell'età, lo segue. L'affetto. L'ammirazione. Tutto si mescola nella metafora della corsa.

RAGAZZINO A CROTONE, UOMO A ROMA. A Roma Florenzi vive fondamentalmente due vite, e la seconda inizia dal suo ritorno dal prestito a Crotone. E' la stagione 2010/2011, e lì, tra le tattiche disegnate sulla lavagnetta doveva giocare come mezz'ala. Anzi, non doveva proprio giocare. D'altro chi era Florenzi se non un ragazzo uguale a tutti gli altri, con il suo sogno riposto nel cassetto. No, Alessandro non è uguale a tutti gli altri, perché dove non arriva con la tecnica, lui ugualmente ci arriva. Carattere. Passione. Polmoni. Grugno. Chiamatelo come volete, ma termina la stagione con 35 presenze, condite da 11 gol. E gioca da terzino, perché lui è duttile, malleabile, l'emblema del cliché per il quale tutti gli allenatori desidererebbero allenare un calciatore così. Pur di giocare, si reinventerebbe portiere, come fosse all'oratorio. E probabilmente è proprio questa genuinità a plasmare la forza d'animo di Florenzi.
In quell'anno verrà anche premiato come miglior giovane della Serie B, e il ritorno a casa, nella sua Roma, chiude quel cerchio che Rudi Garcia traccerà qualche anno più tardi. Totti che è il simbolo di un'epoca calcistica, De Rossi che er core verace de Roma, e lui, Alessandro Florenzi, che è lo spirito romano, autentico, schietto.
Purosangue.
E d'altronde non ci si può aspettare il contrario da chi mai è stato messo in discussione, mai è stato oggetto di feroci critiche, ma sempre il punto focale del tifo d'animo, interiore, passionale. Romanista.

Lui, che è il calciatore per antonomasia. Non perché segna, non perché ha la faccia pulita, liscia, morbida. Non perché abbraccia la nonna commuovendo tutti. E non perché sputa sangue ogni Domenica. Florenzi è il giocatore che pur di scendere in campo con la casacca che ama, gioca al minimo sindacale per più di una stagione: una vita da 30mila euro all'anno. Tanti, tantissimi per una famiglia italiana. Irrisori per il mondo malato del pallone. E per uomini di questa fede, di questo credo, una fotografia tra i più grandi ci sarà sempre.