domenica 22 marzo 2015

KARL ED IO // RACCONTO

Karl non legge.
Karl non scrive.
Karl è cieco.
Ogni mattina Karl siede su un lettino foderato di bianco. Candido. E ascolta la melodia degli usignoli che svolazzano liberi nel giardino. Ma Karl è nevrotico. Pigia l'allarme ogni dieci minuti, e un'infermiera corre a soccorrerlo, snodandosi tra i corridoi che non hanno mai fine. Karl però non sta realmente mai male, non gli è mai salita una febbre o una crisi emicranica.
Ma pigia.
L'ospedale suona.
Riecheggia la solitudine.
Parcheggiata l'automobile, l'infermiera che scrutavo dall'angolo della finestra, si raccoglieva sempre i capelli sotto una cuffia, e il colore della sua chioma mi rimase sempre celato. Accudiva Karl come il figlio che mai partorì. L'avreste dovuta vedere. Nei modi. Nei gesti. Nelle parole. Era come se l'immateriale si confondesse con il materiale. La gentilezza d'animo con il calore del corpo umano. Ma la pelle era fredda. Lattea. Ghiacciata come la parete granulosa al tatto e come quei quattro angoli vorticosi che nel nulla disorientavano lo sguardo.
L'infinito.
In quei giorni senza un perché, senza un fine, lessi sui giornali che la Germania sarebbe stata pronta a riconquistare l'unificazione. Libertà, direbbe mio padre. Libertà, mi costrinse a dire mio padre. Si chiamava Marko Mocchino, e sì, possedeva lontani avi italiani. Ma non lo ammise mai, ne provava vergogna. Come se essere italiani fosse un insulto. O forse il problema era solo quello di non essere tedeschi. Cambiò nome a diciotto anni, fuggendo dai genitori, che non salutò mai più. Hans Hoffmann. Un cognome comune. Ridicolo. Che mi impose.
Le foglie gialle e secche si erano ormai depositate sui marciapiedi screpolati dalle bombe di una guerra mai terminata, e quella mattina era più fresca del solito. Era sempre mattina, il sole non calava mai da quelle parti. Nessuno voleva crescere.
Hans alzò bruscamente le tapparelle della mia camera. Mia. L'aveva invasa. Chiedevo solamente un po' di solitudine, cazzo.
Alzati, disse.
E' presto.
Dobbiamo andare.
Hans mi strattonò al confine. Non dell'Austria. Nemmeno della Francia. Ma di Berlino. Era il 19 Novembre. E il muro cadde. I pianti frantumarono i mattoni di piombo. Le urla disperate sconfissero gli Americani. E i Russi. E chiunque altro non fosse tedesco. Così disse Hans. Così mi insegnò Hans. E in tutta la sua vita, Hans pianse una sola volta. Ma non fu il 19 Novembre, il giorno della riconciliazione. Era steso su un lettino foderato di bianco. Candido. Aveva 87 anni e versò lacrime temendo la morte.
Quella mattina – gelida – non feci nulla. Guardai soltanto. Non mossi un muscolo, né una fibra.
Paralizzato. Ad aspettarci oltre il muro c'erano camice macchiate di caffè e jeans sbiaditi. C'erano scarponi beige da alta montagna e spessi orologi di sottomarca. La gola si seccò, le labbra non si rincontrarono per diversi minuti. Avevo 10 anni, frequentavo la scuola elementare Max Weber, che radicò nelle nostre vene l'odio profondo per la Berlino Ovest. E io non capii perché al di là del muro non trovai uno di quei mostri senza volto che martellava i miei sogni.
Invece squadravo uno specchio, crepato in cocci. Dall'altra parte del confine spaccato c'era una donna, altissima. La sua bionda zazzera cascava oltre le spalle, perdendosi in ciocche sperdute tra le scapole. Aveva un volto famigliare, ma non ricordo chi mi rammentava. Teneva la mano di un bambino. E il bambino tentò di mollare la presa.
Inutile.
La donna lo zittì. Lui chinò il capo. E se lo prese in braccio, coccolandolo.
Karl.
Così lo vidi la prima volta.
Era un ragazzino semplice. Di quelli che vedi con la coda dell'occhio durante una ricreazione nel giardino della scuola e poi te ne dimentichi subito.
Insignificante.
Lentigginoso.
Lo salutai alzando al cielo il palmo della mano.
Non mi vide.
Hallo, gridai.
Non mi sentii.
Sembrava immerso in un ronzio assordante che segnava il confine fra Berlino e il suo mondo.
Hans, dissi.
Dimmi.
Perché quel bambino non mi saluta?
Quale bambino?
Non vidi Karl per sei mesi. O forse un anno. O forse lui mi vide, ma non io. D'altronde frequentavamo il medesimo istituto. Sì, perché si era trasferito nella vecchia Berlino Est. Così la chiamava Hans. Così mi obbligava a chiamarla. Da quando la prigione di cemento armato crollò, Hans fu preda di un disprezzo irrefrenabile verso chiunque non fosse cresciuto nella sua Berlino Est. Autoctono. Rivendicava una patria che non aveva mai posseduto.
Una mattina di Marzo, la città si era risvegliata coperta da fiocchi di neve. Uscii di casa per creare un pupazzo. Li adoravo tanto. Lo costruii. E con una precisione maniacale, che mi sorpresi di me stesso. Gli occhi, la carota, il cappello, le mani ramificate. Ero fiero di ciò che avevo assemblato e volli chiamare Hans, ma in quel momento Karl passò pedalando su una bicicletta, barcollando qua e là. Non si reggeva nemmeno in equilibrio su quel fondo sdrucciolevole.
Scivolò.
Il manubrio della bicicletta si storse completamente. E qualche raggio della ruota anteriore si spezzò al centro. Karl si sbucciò un ginocchio. E un gomito.
E pianse.
Disse che era stata colpa mia. Le vene delle tempie gli si inspessirono e la sclera dell'occhio divenne bordò.
Vampate di collera esplosero come una supernova fra le nuvole di meteoriti. Karl prese a calci e a pugni il pupazzo. Lo distrusse. Ne rimase solo un cumulo di neve che si confuse con il ghiaccio della strada cementata.
Rabbia.
Pianto.
Hans non mi chiese il motivo di tante lacrime sulle guance infreddolite, e si accasciò sulla conca del divano blu. In quella casa mancava il riscaldamento. Mancava il calore.
Mancava tutto.
Anche l'amore.
E afferrai il telecomando della TV. Il telegiornale. Non cambiare canale, affermò Hans.
Perché?
Perché finché abiterai sotto questo tetto, sarò sempre io a decidere.
Ordini.
Sapeva dettare solamente ordini. Lavorava in un autofficina sperduta nella periferia e credo che gli affari non andassero molto bene. Ultimamente rimaneva sempre a casa. Ferie, diceva lui.
Vidi Karl almeno una dozzina di volte. Più le settimane trascorrevano, più quel bambino comune diveniva l'epicentro di un mondo che divorava Hans come un parassita succhiasangue. Hans passava le mattine accovacciato sul divano blu, scolandosi quattro o cinque bottiglie di birra.
L'HB, la sua preferita.
Beveva. E in pochi mesi si squattrinò. Detestava la Germania Ovest, quella che una mattina di Novembre, popolò un quartiere compresso. E perse il lavoro.
E perse l'anima. Cominciò a tracannare qualunque bevanda, purché fosse alcolica. Aveva la medesima espressione adirata di Karl. Quegli occhi graniticamente fermi che non guardavano me, ma il nulla del mare in cui nuotavano. E Hans non ci stava più con la testa, soggiogata dal delirio della violenza. Distrusse un vaso. E un piatto. E un bicchiere. Botte su botte, lividi neri, il cuore bruciato.
Scappai, mentre la sinfonia di vetri rotti accompagnava gli scalini saltati con balzi da primato olimpico.
Ad aspettarmi in fondo alle scale c'era Karl, sorridente. Non era più il bambino delle scuole elementari, ma un giovanotto cresciuto e dalle spalle larghe.. Quasi non lo riconobbi, ma le lentiggini che puntellavano le guance fugarono qualsiasi dubbio.
Andiamo, mi disse.
Andiamo, risposi.
Partimmo.
In viaggio verso le colonne d'Ercole, disse Karl.
Mia madre morì tre mesi dopo il mio parto. Leucemia fulminea, asserirono i medici. Credo che Hans prima di quella mattina fosse un uomo migliore. Uno di quelli che si alza dal materasso sudicio di sudore alle 6:00 dell'alba. Senza rumore. Senza suoni. Solo silenzio. Ed era uno di quegli uomini che preparava la colazione alla moglie. A modo dei tedeschi, che non mi ha soddisfatto il palato. E nemmeno lo stomaco. Uova fritte aromatizzate da una spolverata di erba cipollina.
Hans, ogni mattina, apriva le palpebre osservando il respiro assonnato di mia madre.
Me lo disse Karl, un giorno.
Una mattina come tante. Su un lettino foderato di bianco. Candido. Lui che raccontava le sue storie, ed io ad ascoltare. A chissà chi poi. Era cieco. Non sapeva nemmeno che fossi lì. Perché Karl non ebbe mai nessun amico, nessun parente, nessun genitore. Nacque nelle mie mani. E nelle mie gambe. E nel mio cervello. E nel mio cuore che desiderava sbudellare Hans. Pregò più volte ai piedi del letto che Dio gli desse la forza per farlo. Karl era il mio demone socratico, cresciuto fra gli ululati dei lupi.
Solo.
Hans morì ad 87 anni, piangendo, temendo la morte.
Il coltello lo brandii io.
Esasperato degli ordini. Il lettino non era più foderato di bianco. E l'infermiera mi abbracciò, finalmente dissi. Soffocandomi contro il seno.
Prosperoso.
Morii nella sua dolce stretta bagnata dalle lenzuola inzuppate di sangue.