venerdì 20 marzo 2015

FAVOLA DI UNA ROMA CHE C'ERA

C'era una volta una Roma, e chissà com'è finita...
La prima volta non si scorda mai, dicono. Perché tutto era iniziato in un Roma – Fiorentina, 30 Agosto, tra l'orgoglio d'esser romanisti e la foga di uno Scudetto che sarebbe stato cucito al petto pochi mesi più tardi. Roma sognava, nel Circo Massimo già aleggiavano i fantasmi dei tifosi in festa. Fantasmi. Perché nel mezzo c'è l'agonia della disfatta, della rivoluzione, dei segni incisi a pelle come cicatrici, cose che non si possono dimenticare. Simboli di dolore vero, che non è rassegnazione. E' il vuoto nel nulla, come la Curva Sud che s'è rotta er cazzo, a vena chiusa se ne va, chissà dove. Gli Olè che Lunedì sembravano solamente uno scherno, una beffa, ieri eri erano rabbia. La rabbia di una Roma che non c'è mai stata quest'anno, Roma – Parma è il cerchio che si chiude, l'eclissi, la controprova dell'illusione nata chissà quando, forse nelle conferenze tutte uguali di Garcia e giocatori presi a random. Promesse e parole. Parole e promesse. Il tifoso che ci crede, ci spera, compra il biglietto ed entra all'Olimpico. Ripeti questo per tre mesi, è angoscioso. Non ne esci vivo, cioè corporalmente sì, ma qui dentro alla testa soffri come pochi. E' l'abdicazione di tutti, la resa di fronte all'evidenza, il riflesso cupo della presunzione. Non di carattere, ma delle idee, ormai rotte come cocci di vetro sparsi a terra.
Tutto inizia in un Roma – Fiorentina, tutto finisce in un Roma – Fiorentina, l'inverno che congela le gambe e la mente, la speranza e la vittoria. E Gervinho che scende in campo ma non gioca, e il modulo monotono e ripetitivo, capito e compreso pure da chi di calcio non si intende. Che cosa rimane? Rimane quel bambino con la sciarpetta al collo, solo in mezzo alla Curva Sud deserta, abbandonato da chiunque nel luogo più affollato di Roma. Lui che desiderava solo vedere la sua squadra del cuore, è la genuinità dell'inconsapevolezza. L'ossimoro della compagnia ricercata nella solitudine. Che poi è proprio ciò che si riflette nel campo da gioco, diventato ormai terra nemica, conquistata dallo straniero che passa. Chi corre, lo fa per sé, chi non corre, parla. Sì, nelle interviste però. Ed è emblematico come il momento del passaggio dalle parole ai fatti, dovrebbe essere culminato già settimane fa, ma così è solo una presa in giro. Quei calciatori dipinti davanti al Colosseo hanno perduto l'orgoglio, ma anche l'onere, di giocare per l'AS Roma, quella fierezza a petto gonfio è annegata sotto un mare di dubbi ed incertezze.

C'era una volta una Roma, e chissà com'è finita...