sabato 6 dicembre 2014

Parte 2: Il mito dell'Aranycsapat: la Grande Ungheria

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Denes Ginzery è stato un allenatore tanto sconosciuto, quanto storicamente importante. E' lui, infatti, ad essere nominato nuovo commissario tecnico della nazionale ungherese. E' il 1939. Giusto pochi mesi prima dell'esplosione della furia razziale hitleriana. E l'Ungheria gioca contro la Polonia. Ma è una Polonia ormai inaridita dalla propria debolezza. Politica, soprattutto. La pesante aria di invasione si respira, ormai, da tempo. Eppure vinceranno proprio i biancorossi, 1 a 0. La disfatta di Ginzery. Questa sarà l'ultima partita per lo Stato Cuscinetto fra la Germania Nazista e l'URSS Staliniana. Poi tutto si spegne. E tanti suoni, rimbombi, frastuoni, si sentono. Sono le bombe. E' iniziata la Seconda Guerra Mondiale.
Chiaramente Ginzery non sopravviverà a lungo sulla panchina magiara. Troppo altisonante l'umiliazione di fronte ad una squadra che mai era riuscita a battere i letterati del calcio. Ma d'altronde l'incredibile squadra di Sàrosì si era ormai sciolta. Dissolta. Smaterializzata nel sangue della guerra, che è troppo forte. Horthy perde consensi, uno dopo l'altro. La Germania comincia a soccombere davanti al proprio figlio, il Nazismo. E l'Ungheria diventerà il primo stato invaso dall'URSS. Ma non è la Guerra Mondiale, che è solamente una maschera, dietro la quale si cela una ben più profonda Guerra civile. L'amicizia fratricida. L'ossimoro. Il territorio ungarico verrà così liberato dalle forze sovietiche all'alba di una gelida mattinata di Febbraio, riscaldata solo dal sangue sparso fra i vicoli di Budapest.
C'è una città da ricostruire, ma il campionato riprende ugualmente. Forse solo perché il calcio riesce a far dimenticare tutto. O almeno per 90 minuti. La Nazionale ungherese, allora, riassembla tutti i pezzi del puzzle. Quattro anni per completarlo. Tanti. Ma tutto questo segna la nascita di un mito. L'Aranycsapat.



GUSZTAV SEBES. Quello che ha riassemblato i pezzi del puzzle è Gusztav Sebes, già presidente del Comitato Olimpico. Poco prima, però, in Ungheria era stata proclamata la Repubblica Popolare, che, di fatto, aveva sancito la sua entrata nel blocco filo-sovietico. L'Europa, infatti, dopo la caduta dei gerarchi estremisti, fu divisa con un ideale muro nero fra Ovest ed Est. Fra blocco filo-americano e blocco filo-sovietico. E' la Cortina di Ferro, che separa due mondi politici confliggenti. E poi non è un caso che Sebes amerà definire il proprio credo come calcio socialista, dove non c'è il più forte, il più importante, il più bravo. Tutti eguali. Tutti condividono le medesime responsabilità, in attacco e in difesa. E forse anche per questo l'idea di Sebes non è che un principio del calcio totale dell'Olanda di Cruijff.
Sebes è stato certamente un uomo rivoluzionario, moderno. Maniacale e scrupoloso. Ma guardava sempre al passato, tanto che si era calcisticamente innamorato di Hugo Meisl e del suo Wunderteam – che tanti dispiaceri aveva recato all'Ungheria anni prima – , ma soprattutto di Vittorio Pozzo, che, evidentemente, possiede una certa predilezione per il popolo ungherese. Basta poco per inquadrare il personaggio; L'allenatore può fare un lavoro efficace solo se il giocatore dispone di un 'intelligenza di gioco speciale. La capacità non è tutto e non serve a molto se non si accompagna all'esercizio, all'allenamento, a un corretto modo di comportarsi e di vivere. Un calciatore che non fa vita da sportivo può avere anche un titolo di studio, ma non potrà mai chiamarsi un giocatore intelligente – così disse in una delle sue silenziose interviste. E non è nemmeno un ossimoro, Sebes era così. Algido, ma non freddo.
All'epoca, in Ungheria, dominava una squadra: l'Honved. Talmente superiore a tutti, che per ben sei anni il Campionato cominciò e terminò alla prima giornata. E se poi il fato decide di sfornare e concentrare tutti i migliori talenti in un'unica squadra, questa non può che entrare nel mito. Nell'Olimpo del calcio. Sebes, infatti, costruì la sua Nazionale con calciatori proveniente solo dall'Honved. Più qualche altro giocatore di contorno. Non è più, però, come nel 1924 – quando Horthy impose politicamente le sue scelte – perché questa volta le selezioni le compie un allenatore. Intellettualmente eccelso E sono accettate da tutti. Ma c'è un problema. Ferenc Deak, il più forte centravanti d'area che l'Ungheria abbia mai conosciuto, abbandona la Nazionale. Fugge. Dissidi di politici. Il regime comunista comincia a stare stretto ai liberali cittadini ungheresi. Le prime ribellioni. I primi tumulti. E poi il tutto risfocerà nell'ennesima Guerra Civile, nel 1956.


PALOTAS E HIDEGKUTI. Nell'altra grande squadra del campionato, l'MTK Budapest, giocava Palotas, che fu convocato da Sebes. Non era un fenomeno, ma davanti ai pali raramente sbagliava. Uomo d'area. Piazzato. Forte di testa. Ma la sua vita è sfortunata. Tremendamente. Sebes non lo inquadra e gioca nello scacchiere titolare solo per una carenza di alternative. Ed è in queste situazioni di difficoltà che emerge il genio. Ma anche la creatività. Il bruto allenatore si sbarazza della punta centrale, per far spazio ad un'attaccante, adattato come tale, più di manovra, che di finalizzazione. E' il dualismo fra Palotas ed Hidegkuti, che giocava nell'MTK, ma come ala. In Nazionale c'è posto per un solo. E a cadere dalla torre sarà Palotas. Tra le sperdute memorie di Sebes, si racconta questo: Più volte l'avevo anche provato nella Nazionale, ma senza ottenere i risultati che speravo. Hidegkuti giocava magnificamente nella sua squadra di club come ala destra, era lui che dirigeva il gioco. In Nazionale, invece, ogni sua prestazione era nervosa, imprecisa. Che fosse un grande giocatore non potevo avere dubbi.
Ma, come detto, la vita di Palotas è sfortunata. Da lì, inizia una lenta regressione che lo porta ad abbandonare i campi da calcio a soli 30 anni. Perderà la vita a 37. Il cuore non regge.



IL MODULO A M. Quello che era nelle intenzioni di Gusztav Sebes era un doppio modulo a M. Le due ali che spingono, il centravanti che arretra quasi come un trequartista, e i due intermedi che si inseriscono. Tutto questo è fin troppo avveniristico. Radicale. Inattuabile. Non però se in squadra hai Puskas, Czibor e Kosics. Sono superflui i numeri. La leggenda fa tutto il resto. E lo stesso schema veniva applicato in difesa, con due terzini rocciosi e un libero, e due centrocampisti – uno più metodista, l'altro più dedito all'interdizione. In campo l'Ungheria viaggia splendidamente, inanellando vittorie su vittorie. Nel 1950 ci sono i Mondiali e l'Ungheria si candida fra le favorite. Ma laggiù, fra le lande magiare, il socialismo spezza le speranze di un popolo, ancorato alla vittoria della propria squadra. E' l'orgoglio della Nazione. Ma la povertà dilaga, i mercati popolari si svuotano, le monete d'oro non vengono nemmeno più prodotte. E la Nazionale Ungherese non può iscriversi al Mondiale.






FINE SECONDA PARTE