giovedì 20 novembre 2014

Rivera, Mazzola e un derby che non c'è più

I PRIMI PASSI. Era il 1908, quando Dorando Pietri, stremato e con il fiato corto, infiammava il popolo italiano tagliando il traguardo, per primo, della maratona olimpica. A Londra, a casa degli altezzosi inglesi. Una vittoria epica. D'orgoglio. Ma il destino, beffardo, priverà Pietri di una medaglia d'oro, conquistata con il sudore e con la fatica, solo perché sorretto dai giudici di gara negli ultimi metri. Qualche mese prima, però, il pianeta calcistico fu completamente rivoluzionato da 44 signori, che diedero le dimissioni da quella che non era altro che la squadra più forte d'Italia: il Milan. Una scelta irrazionale. Illogica. Soprattutto perché quel Milan, detentore del tricolore in carica, non voleva dotarsi di stranieri, problema più che mai attuale. Quei 44 crearono così l'Internazionale, la costola della Milano rossonera. La sorte volle che il capitano della neonata Inter fosse Hernst Marktl, onesto calciatore, mai passato agli onori della cronaca, ma storico fondatore proprio del Milan. Sempre il 1908 vide, poi, il primo confronto, amichevole, tra le due compagini, a Chiasso. Una terra neutrale, in un nebbioso e glaciale campetto di terra battuta. Finirà 2 a 1 per i campioni d'Italia quella partita così scontata, così sofferta. Uno dei vanti della futura Serie A, inizia proprio qui.
Ma, un passo indietro. Era il 1774, lo scultore Giuseppe Perego regala al popolo milanese il simbolo della città. In rame dorato, piantato sulla guglia più alta del Duomo. La Madonnina. E' l'emblema di una Milano che vive all'ombra della Madonna Assunta, che coltiverà, poi, i sogni e le ambizioni di Milan e Inter. Da qui, il derby della Madonnina, caratterizzato fin dai primi calci a quella palla di cuoio da un acceso antagonismo. Una rivalità così profonda, antica, tradizionalista, che è riuscita a sopravvivere ai due tragici conflitti mondiali, non può che addentrarsi nella cultura cittadina. Si mescola, si intreccia nei costumi di una società un po' borghese e arrogante, un po' popolare ed industriale. Come quando Franca e Moreno, una giovane coppia di fidanzati, giocano il loro matrimonio sul derby, come fosse una monetina. Lei, tifosissima dell'Inter, studia Giurisprudenza; lui, milanista, lavora in banca. Devono sposarsi, o forse no. Emergono dubbi. Esitazioni. Titubanze. Ma è il 27 Settembre del 1977 - tra l'altro l'ultima stracittadina che vedrà di fronte Mazzola e Rivera. Se vince il Milan, la coppia si lascia, definitivamente; Se vince l'Inter, convogliano a nozze. La partita finirà con un pareggio, nel segno del destino.



GIUSEPPE MEAZZA. Ma la Scala del Calcio, culla della passione milanese, sarà ricordata anche per le stelle, tante, nate sotto l'abbraccio fraterno della Madonnina. Meazza, il nerazzurro più amato, fu scartato dai cugini del Milan, a soli 14 anni. Sei troppo mingherlino, gli dissero. Entrò, allora, nelle giovanili dell'Inter. Uno scippo. A scoprirlo, e a rimanerne calcisticamente innamorato, fu Fulvio Bernardini, nonostante fosse ancora un calciatore – destinato alla mitologia a Roma –. Meraviglioso era il suo controllo di palla, invidiato dallo stesso Bernardini. E poi, entusiasmante il suo dribbling, veloce e potente. Si narra che fu lo stesso centrocampista dell'Inter a pregare Arpad Weisz, dimenticato allenatore della prima squadra interista, ad assistere a qualche allenamento del giovane talento cristallino. Bastarono 10 minuti per convincere il bruto ungherese a portarsi dietro Meazza, che esordirà qualche mese più tardi in Coppa Volta. Ma nell'atrocità delle Leggi Razziali, promulgate sotto la dittatura fascista, Weisz fuggirà a Parigi, prima di essere catturato e deportato nel campo di concentramento di Aushwitz, dove esalerà gli ultimi respiri. Il paradosso di uno squilibrio nazista che sovrasta l'intuito geniale di un uomo, la cui individualità viene completamente annientata. Sì, perché solamente qualcuno dall'acume straordinario, avrebbe avuto il coraggio di lanciare ragazzino inesperto in un Inter dominata dalla pressione per la vittoria. Ad Arpad Weisz, Meazza deve la carriera, giocata fra 241 gol con la maglia nerazzurra e il primo, memorabile, scudetto della neonata Serie A. Campionato vinto proprio con Weisz in panchina, che vinse la propria scommessa, dimostrandosi il più grande di quell'epoca così antica ma mai antiquata. Per molto tempo, Meazza rimase formidabile in campo. Ma gli infortuni lo colpiscono. Ripetutamente. La schiena lo tradisce più volte, anche se, alla fine, si ritirerà a 37 anni, dopo un'ultima stagione con la sua maglia nera e blu incisa ormai nella pelle, nonostante la parentesi con il Milan. Così, quello che un tempo era stato il miglior giocatore italiano, non riesce poi, ad avere la medesima fortuna come allenatore. Ma il mondo del calcio gli apparteneva. Era suo, di diritto. Divenne, allora, il responsabile del settore giovanile dell'Inter, dove scoprirà un altro grande del pallone, Mazzola.



RIVERA E MAZZOLA. Proprio con Mazzola, una delle poche bandiere mai bugiarde, mai disoneste con i tifosi, animerà il calcio italiano degli anni 60 e 70, i migliori probabilmente, Gianni Rivera, personificazione del Milan. In campo era come un pittore, folle nella sua genialità, con il tocco fine e vellutato. Delizioso. Preciso. Un artista rinascimentale che riusciva ad amalgamare la creatività dell'assist, con la scienza del gol. Ma appunto, era folle. Nel 1965 Rivera discusse pubblicamente con il commissario tecnico della Nazionale Armando Picchi, accusandolo di un modulo fin troppo catenacciaro. Come se a decidere fosse lui, Rivera. Celebri, poi, le dirette polemiche alla stampa, ai viscidi giornalisti, come amava ripetere continuamente tra i suoi pensieri. Lui, così estroverso ed eccentrico, non era che l'altra faccia della medaglia, d'argento, di Messico 70: Mazzola. Mazzola era certamente più quadrato, emotivamente, meno avvezzo agli isterismi, ma anche lui, come tutti i campioni che si possano chiamare tali, rallegrava il popolo della Scala del Calcio, crogiolandosi nelle rasoiate dei suoi dribbling. Più scienziato, più professore. E il dualismo Rivera – Mazzola è uno dei più sensazionali fra le storie di calcio. Il pane, per i denti del giornalismo, che ci edificò intere prime pagine. Due nemici. Ma erano anche dei signori, onesti, figli del loro tempo. Non sapevano nemmeno che cosa fosse l'odio. Mazzola racconta di aver incontrato più volte Rivera fuori dal campo, ma sempre nell'anonimato, come a sfuggire dalle chiacchiere da bar. La mezzapunta interista non dimentica nemmeno il calcio giocato, ricordando che il ricordo più bello sia in un derby, forse l’ultimo della mia carriera. Nel secondo tempo c’è un fallo laterale sotto la tribuna. Mi danno la palla e Gianni mi rincorre per cercare di portarmela via. Dopo 15 metri mi accorgo che mi sta ancora dietro e ci mettiamo a ridere, lì sul campo ‘Ma cosa stiamo a correrci dietro? Dai’, gli dissi. Uno che rincorre l’altro? Non è il nostro ruolo quello di rubare palla



Si potrebbe benissimo raccontare ancora della difesa imperforabile dell'Inter, protetta dai guardiani Bergomi e Baresi, o del Milan Olandese di Van Basten e Gullit, tutta creatività. Questi, e quelli di Rivera e Mazzola, erano anni padroneggiati dalle milanesi, che si alternavano e si rincorrevano nella conquista per lo Scudetto. Ma il derby milanese ora è freddo, avvolto in una cupa nebbia che si sforza, invano, di riscaldare i cuori degli appassionati, stanchi di fischiare, stanchi di non vedere il proprio amore ai vertici. Mentre la miopia di un calcio ancora ricco dilaga nei salotti, la Serie A cade a pezzi. E con essa, il derby. La rabbia, i fischi, i pugni. La disfatta di un mito, senza avere la consapevolezza che gli anni 60, 70, 90 diventeranno un lontano ricordo. Non si gioca più in un campetto glaciale come nel 1908, ma è come se lo fosse. Milan – Inter allude così alla sconfitta del pallone italiano, ma quando queste due squadre torneranno – perché succederà – le potenze di un tempo, questo sarà il sigillo della rinascita. Di tutto il movimento.