sabato 15 novembre 2014

Miralem Pjanic, il cristallo di Roma


LA GUERRA. La storia di un uomo, bosniaco, figlio della guerra. Cruenta. Sanguinosa. E la carriera di un calciatore, ancora ragazzino, ancora troppo giovane per pensare ad futuro nello sport. Due mondi opposti, che si intrecciano, ma che si scontrano, violentemente. E, nel mezzo, il frastuono, continuo, delle bombe che imperversa su tutta la terra slava. Solo mezzo secolo prima, Sarajevo era il teatro tragico della follia umana, con Francesco Ferdinando assassinato a colpi assordanti di pistola. Poi c'è Tuzla, che, fra le macerie di case popolari distrutte e di tetti frantumati, è la patria di Miralem Pjanic. Una città storica, dove abbondano cultura e arte. Ma sono sfregiate. Sì, perché là, nella sua terra d'origine, le urla, le disperazioni, i pianti soffocano le bellezze arabe e romaniche, che addobbano i colorati vicoletti. Di primo acchito, sembra Amsterdam, la città – calcistica- del Cigno di Utrecht. Lui, che con la sua classe, la sua eleganza, riusciva a volteggiare sulle punte, come fosse un ballerino di danza classica. E lo era. Un'opera d'arte moderna. Il parallelismo con Pjanic non sarà solamente una coincidenza. Ma Miralem ancora piange e singhiozza, scaldato fra le braccia di mamma Fatima. Romanzesco l'aneddoto che lo porta in Lussemburgo. Il padre, aspirante calciatore del Drina Zvornik, un'onesta squadretta di terza divisione, chiese per ben due volte i documenti necessari per il trasferimento. Invano. Dalla guerra non si scappa. Si soccombe, impotenti. Poi qualcosa cambia. Un miracolo, per i miscredenti. Dio, risponderebbe Fahrudin, musulmano qual è. E allora il lamento sofferente del piccolo genio bosniaco commuove la scorza dura dell'ufficiale, eroe per la famiglia Pjanic. Partiranno, dunque. Una nuova tappa.

Zvornik sarà poi la seconda città invasa, e demolita, dalle forze paramilitari serbe. Dove sono le Moschee? Dov'è finita la popolazione bosniaca? Il silenzio degli innocenti – e sì, potremmo pure pensare ai bellicosi serbi come l'immagine di Hannibal Lecter, il serial killer schizofrenico. Ecco, ma molti, molti, di più. Un esercito – massacrati, umiliati e deportati nei campi di concentramento, come bestie. La famiglia Pjanic ci tornerà a Zvornik, ma solo nel 1996, quando ancora i carrarmati statunitensi bloccavano le strade, nonostante il conflitto fosse finito. La patria riconquistata, ma persa.

IL LUSSEMBURGO. Qui il calcio non ti fa vivere. Non ti sfama. Gli stadi, sempre che di stadi si possa parlare, non si riempiono. E allora Fahurdin deve rinunciare alla sua passione, al suo personale orgoglio. Ma lo fa per il bene della famiglia. E le intenzioni così genuine sono sempre ripagate. La vita lo ricambia con un bimbo prodigio. Pensate che in una normalissima mattina di mezza estate, Miralem prende un pallone da calcio e comincia a palleggiare. Da lì, nasce una storia d'amore, e non si staccherà più dalla palla. Sempre incollata al piede, come un magnete. O come una colla - almeno così dirà Maurizio Compagnoni in una spettacolare rete di un Roma Milan 2 – 0.
L'FC Schifflange, squadretta lussemburghese, lo nota, lo studia e ne rimane incantato. Ma la genialità, si sa, fa fatica ad emergere. Piccoli infortuni minano le sue presenze in campo, ma non le sue certezze. E nemmeno quelle dell'allenatore, che lo aggrega alla formazione dei più grandi. Un cristallo, grezzo, che si svezza, lentamente. Il tutto sempre sotto gli occhi, vigili, del padre. Attento ed inflessibile, dispensa consigli al gracilino Miralem, che apprezza. E ancora oggi, sul giardino incantato dell'Olimpico, lo si può scorgere, Fahrudin, appena sotto la Tribuna Stampa, ad osservare la classe del suo orgoglio: il figlio. Ma il Lussemburgo comincia a stargli stretto. L'estero lo chiama. Un altro trasferimento. In Francia.

IL METZ. Un commentatore francese dirà, qualche anno più tardi, c'è qualcosa di Messi in questo gol! Il talento cristallino di Pjanic sta sbocciando lontano dal centro caotico di Parigi o dall'affollamento di Lione. Il Metz lotta per non retrocedere. Una squadra grintosa. Affamata. Serrata. Quel Metz lo guidava Francis de Taddeo, carismatico allenatore che di Pjanic ne era rimasto infatuato. Si racconta di un Lussemburgo Belgio U18 terminato 5 -5 – sì, Miralem, ancora minorenne, dava spettacolo per i colori rossoblu – con 4 reti e 1 assist del bosniaco. Fantastico, lo voglio con me!, pronunciò de Taddeo, brancolato fra i tanti genitori di quelli che non erano altro che scapestrati ragazzini. E mantenne la promessa. Se lo portò in prima squadra. Ed esordì, contro il PSG. Il debutto dei sogni, a 17 anni. A fine stagione saranno 38 le presenze fra tutte le competizioni, condite con 5 reti. Una di queste fu sensazionale: sombrero e dribbling sul portiere. Epico. Ma il Metz era solamente una squadra di provincia, senza nemmeno troppe pretese. E retrocesse. Per Pjanic è un duro colpo al cuore. E' malinconico. Affranto. Si era realmente affezionato alla squadra, ai compagni, alla città. Ancor di più agli allenatori – Miralem racconta di aver chiamato Oliver Perrin, coach dell'U18 del Lussemburgo, prima di firmare con la Roma. Il Lione piomba sul giocatore, e lo acquista.

LIONE. A Lione arriva come un ragazzino, ne esce uomo. Umile. Maturo. Il 2008 gli regala la prima gioia: la nazionale bosniaca. A lui, che di fronte all'offerta francese, disse: Giocherò con la Bosnia, e spero che la nostra nazionale possa portare un po' di gioia alla nostra gente che ha tanto sofferto. Con fierezza, e il cuore davanti a tutto. Nell'era dominata dagli agenti, iene predatrici nella savana, ancora c'è qualcuno che dice no. Che si aliena da una realtà struggente e capitalista. L'uomo, prima di tutto. E l'onore.
Calcisticamente, Pjanic a Lione impara tanto, da Juninho soprattutto, l'idolo della tifoseria transalpina. Uno che trasformava in oro qualunque calcio di punizione – a foglia morta, raccontava Pro Evolution Soccer 4 –. Prenderà, la stagione successiva, il suo numero di maglia: l'8. L'erede. Poi, la consacrazione e l'amore che fiorisce. Al Santiago Bernabeu, teatro delle meraviglie, contro i campionissimi del Real Madrid. Lo stadio gremito e confezionato a festa ammira la sua genialità, il suo estro. Un mancino di controbalzo che spedisce all'inferno Pellegrini, manager dei blancos. Sarà un pareggio, il risultato finale. Ma è il Lione a passare ai Quarti della competizione. Ringrazia, Miralem, con le braccia al cielo, verso lo spicchio di tifosi accorsi, numerosi e speranzosi, nella capitale spagnola. Ma le luci si spengono, l'incantesimo si spezza. Gourcuff eclissa il bosniaco, che si rattrista, si blocca, mentalmente. Lione, dopo averlo coccolato ed idolatrato, rischia di tappargli le ali, spiegate verso la vittoria. E allora c'è la nuova Roma statunitense, che si assicura il talento slavo. All'ultimo giorno di mercato, all'ultimo respiro. Il colpo. Un americano e un bosniaco, insieme, come fosse un film di Sordi.

ROMA. Questa è storia recente, fra l'idillio con Luis Enrique, uomo squisito, e un rapporto burrascoso con Zeman. Rispettato, sì, ma mai amato, il secondo. E poi Garcia, terzo allenatore nel giro di soli 3 anni. Si capiscono, si intendono e si apprezzano. L'uno diventerà la fortuna dell'altro. Garcia sceglierà Pjanic, e non Lamela, vittima sacrificale di una stagione sfortunata. Vincerà la sua scommessa. Perché Miralem diventerà il faro del centrocampo giallorosso, maestro di eleganza e qualità. Un ballerino, sul campo. Un po' come Van Basten. Per chiudere il cerchio.