sabato 29 novembre 2014

La partita dei mille progetti


Roma e Milano. Due città tanto distanti e culturalmente opposte, quanto vicine per l'incessante ricerca di un rilancio, soprattutto dopo un'immortale decadenza e un declino verso un sempre più raccapricciante degrado. Lo stesso degrado che si è ramificato nelle fondamenta di una Tor di Valle, abitata ormai dal deterioramento del menefreghismo per il proprio paese, per la propria casa. E' la baraccopoli di Roma. Ma il degrado colpisce anche gli interminati palazzi milanesi mai divenuti grattacieli. Sono abbandonati lì, tra cantieri aperti e travi vacillanti, proprio come i progetti mai realizzati. Queste, infatti, sono le patrie della riscossa italiana, affidate nelle speranzose mani del nuovo Stadio dell'AS Roma e dell'EXPO 2015. I simboli dell'araba fenice tricolore. Quasi fosse la mascotte olimpica.



I RICORDI. Questa, però, è anche la settimana di Roma – Inter. Calcisticamente le notizie sono fondamentalmente due. Da una parte, Mancini torna sulla sciagurata panchina dell'Inter, corrosa dall'incapacità di ritrovare una vittoria. Ma dall'altra, tornano anche i sapori della Classica del Campionato post Calciopoli, in una fantasia sportiva che riscopre la grande rivalità che dominava gli anni fra lo splendido mondiale tedesco e quello, nettamente più tragicomico, sudafricano. Non è solo l'era di Mancini però, ma anche quella di Spalletti, di Mourinho e di Ranieri poi, senza i quali la Serie A italiana si sarebbe persa nell'inconsistenza della propria auto celebrazione. Il 2010 infatti è un anno malato, perché pone di fronte al popolo italiano la disfatta della Nazionale in Sudafrica, e allo stesso tempo, la vittoria in Champions League dell'Inter. E' la glorificazione della miopia di un calcio ancora ricco, ancora il più importante al mondo. Però in quella Inter non vi era nemmeno un italiano in campo – o meglio solo Materazzi, entrano a due minuti dal termine. E allora l'apoteosi del calcio nostrano non è che effimera. Labile. E fine a sé stessa. Una vittoria italiana, che italiana non è. Non è un caso che Mourinho sia fuggito via, di corsa, ben sapendo che non sarebbe riuscito a replicare il grande traguardo europeo, mentre la Roma, la principale antagonista della Milano nerazzurra, ha attraversato anni bui. Terribili. Sportivamente tragici. E i sassi violentemente scagliati contro le automobili all'uscita da Trigoria, ancora non si scordano. Momenti saldati ed inchiodati nella mente. Momenti superati, questi. Pjanic ce lo insegna.



Ma mai saranno superati i ricordi di quel Roma – Sampdoria, arrivato come l'ultimo vero ostacolo prima dell'entrata nell'Olimpo. Uno scontro diretto con l'Inter vinto e una Lazio dominata in un derby tormentato dall'ansia di Totti e De Rossi, vengono spazzati via da due gol doriani. E un macigno cade sulla città in festa, totalmente rovinata. Le lacrime di dolore. L'agonia e il patimento. L'incubo. E nonostante un campionato gettato al vento, saranno in 25mila a Verona, l'ultima stagionale, ad omaggiare la squadra, in un Bentegodi colorato di giallo ocra e di rosso pompeiano. Perché questa è la Roma. E nel frattempo a Siena lo Scudetto veniva cucito sul petto nerazzurro, dopo aver tremato su un tiro-cross di Rosi agli ultimi sgoccioli. Ma era l'Inter del Triplete, una corazzata. Costruita per vincere. E ha vinto. Nessuno sbaglierà se mai un giorno dirà che quello del 2010 è stato il campionato più bello degli ultimi 15 anni, combattuto e onorato fino agli ultimi secondi.



I PROGETTI STRANIERI. Quella fra Roma e Inter è anche la partita delle idee, delle iniziative, dei progetti. Tutti stranieri. Un derby trans-continentale fra Pallotta e Thohir, emblemi del cambiamento ma invisi alla classe politica secolare tipica d'Italia. Lotito, Galliani Tavecchio, qualche nome. Un mio professore all'Università amava ripetere Chi ha il potere, tende a tenerselo tutto per sé. Chissà perché. Ma è solo per merito di marziani atterrati in Europa che il calcio italiano possiede ancora qualche spiraglio di recupero. E quando ciò verrà capito, sarà sempre troppo tardi.
Ma i progetti, dicevamo. La sofferenza, la fatica e l'angoscia della sconfitta fondano un progetto, che si articola fra i meandri delle scelte azzeccate e delle scelte errate. Senza queste ultime, un progetto morirebbe soffocato ancor prima di nascere, perché solamente i fallimenti e gli insuccessi plasmano un mero pensiero, a volte utopico, in una concreta pianificazione, capace di adeguarsi ai cambiamenti. Onore, allora, a uomini che resistono di fronte alle avversità di quella classe politica senile, che mal digeriva, e mal digerisce tutt'ora, investimenti stranieri, che non sono altro che una manna dal cielo in un mondo del pallone ormai povero ed arido.