domenica 30 novembre 2014

Il mito dell'Aranycsapat: la Grande Ungheria


Quando Sarajevo si trasformò nell'arena del delirio umano, la Grande Guerra scoprì Miklos Horthy, che si distinse più volte per aver distrutto il blocco italiano posto sulla città di Fiume, spalleggiando – e non poco – gli austriaci. All'epoca Francesco Giuseppe d'Asburgo lo ricompensò con la promozione ad ammiraglio, celebrandone l'impegno e il valore in battaglia. Ma l'Austria uscì sconfitta dal conflitto e le truppe sovietiche entrarono trionfanti a Budapest. Questo diede la possibilità ad Horhty di entrare nei circoli antidemocratici e conservatori, che si erano sempre più allargati a Vienna e Szeged, ultimo baluardo magiaro. Come tutti i futuri gerarchi, Horthy possedeva un innato carisma, tanto da essere incaricato dalle massime autorità di quei circoli, a riconquistare la città simbolo dell'Ungheria. E ci riuscì. Le forze bolsceviche di Bela Kun furono cacciate. Annientate. Soppresse. Sfruttando l'onda politica, Horthy istituì il Regno d'Ungheria – una dittatura mascherata, con velleità naziste.



L'UNGHERIA DEI PENSATORI. Sotto Horthy, nasce la prima grande Ungheria – più dei filosofi pensatori, che dei calciatori. E', infatti, l'Ungheria di Arpad Weisz e di Bela Guttman, già compagni in Nazionale, ma destinati ad ineguagliabili carriere da allenatori. A questi straordinari uomini dalla mente sopraffina, si aggiungeva un altro ricchissimo talento, Ferenc Hirzer. Attaccante, detto La Gazzella. Il più forte, anche grazie ai 35 gol in 26 presenze con la maglia bianconera della Juventus. Superato solo da un altro Ferenc, quasi fosse un segno del destino. Ma di cognome faceva Puskas, emblema dell'Ungheria degli anni '50 e del Real Madrid.
E' il 1924. Si tengono i giochi olimpici di Parigi, e l'Ungheria ripone grandi speranze nei suoi talenti, comandati ed allenati da Tibor. Fra i borozò ungheresi e le cantine italiane, si discute già di un Uruguay – Ungheria come finale annunciata. Al primo turno l'asse Weisz – Guttman – Hirzer scherza con la Polonia, abbattuta con 5 reti. Poi qualcosa cambia. E' la storia di un dittatore filo-nazista che cerca di rendersi protagonista anche nel mondo del pallone, come se non gli bastasse la scena politica. Megalomane. Horthy, infatti, infiltra fra i dirigenti della nazionale ungarica uomini suoi. E non sono certamente in visita di cortesia. A denti stretti, si racconta anche che Horthy abbia influenzato qualche convocazione. Tutti, dirigenti e giocatori, rigorosamente nazionalisti. Ma la vera squadra – quella delle 3 stelle – non la pensa allo stesso modo. E dopo la Polonia, c'è il modesto Egitto. L'Ungheria non entra in campo. Si trova infatti nella bocca di uno squalo pronto a divorarla. Ed è quello che accadrà. Il gruppo di Bela Guttman perde tre a zero. Volontariamente. E' Il Grande Ammutinamento del 1924. Il popolo non capisce, non si rende conto dell'invivibile situazione nel ritiro della Nazionale, e grida allo scandalo. Horthy cavalca, ancora una volta, il velenoso vortice di pensieri che si era creato attorno alla squadra, impedendo, di fatto, il loro ritorno in patria. Gli eroi ostracizzati. Il favoloso MTK Budapest si scioglie come la neve al sole, e la classe cristallina ungherese si disperde un po' nell'Europa Continentale, un po' in America. Proprio in America, andrà a giocare Guttman, dove completerà la sua formazione culturale, che poi importerà nel Benfica delle Meraviglie.



IL SECONDO GRANDE RIMPIANTO. Nel primo quinquennio della dittatura horthiana, l'Ungheria dei pensatori trova poca concretezza, tanto che gli scarsi risultati ottenuti da Janos Foldessy, neo ct della Nazionale, lo portano alle dimissioni. Lo sostituisce Pataki. Tra il 1927 e il 1930 si tiene la prima Coppa Internazionale, una sorta di competizione fra Nazionali in un girone all'italiana. E proprio l'Ungheria lotterà contro l'Italia di Vittorio Pozzo nella gara decisiva per l'assegnazione del trofeo. E' l'11 Maggio del 1930, Vittorio Pozzo, che qualche mese prima aveva redatto la prefazione del manuale de Il giuoco del calcio dell'altro fenomeno ungherese, ossia Arpad Weisz, porta la squadra a visitare le macerie e le rovine abbandonate dalla Grande Guerra, combattuta dallo stesso Pozzo. Forse nei calciatori azzurri scatta una scintilla che ha un sapore di rivalsa. E infatti finirà 5 a 0 per l'Italia. E' già il secondo grande rimpianto per la storia calcistica ungherese, che non riesce a sfruttare pienamente la sua enorme forza.
Il 1930 non potrà mai essere dimenticato, perché è l'anno in cui si tiene il primo Campionato del Mondo, in Uruguay. E' un torneo che non prevede qualificazioni, ma solo inviti. E l'Ungheria non viene invitata. Nemmeno l'Italia e la Germania. Si racconta che i Paesi dominati dai gerarchi nazionalisti con grilli estremisti, non erano ben accetti laggiù in America Meridionale.



LA RIVALITA' CON IL WUNDERTEAM. Tra gli anni '30 e '40 a dominare il calcio non è solo l'Italia, ma anche l'Austria, rinominata Wunderteam, cioè squadra meravigliosa. Hugo Mesil aveva infatti costruito una selezione formidabile, capace di sbaragliare qualunque avversario. E tra il 1931 e il tardo 1932 saranno ben 14 i risultati utili consecutivi. Queste 14 partite che non hanno conosciuto la sconfitta, culmineranno con la vittoria della seconda edizione della Coppa Internazionale, ai danni proprio dell'Ungheria. Lo stesso scenario si ripeterà due anni più tardi, durante il Campionato del Mondo che si giocherà nella penisola del Belpaese. Ancora una volta l'Austria fronteggia l'Ungheria, e ancora una volta i magiari si arrestano di fronte al Wunderteam.



SAROSI E IL MONDIALE DEL 1938. Il 1938 dà la svolta alla Nazionale ungherese. Terza edizione della Coppa del Mondo, in Francia. L'Ungheria sovrasta la Grecia per 11 a 1 nei play off, battendo poi in successione le Indie Orientali Olandesi, la Svizzera e, in semifinale, la Svezia. In totale segna 24 gol, subendone solo 2. Una corazzata. A prendere per mano una squadra che sarà seconda solo all'Aranycsapat di Puskas, è Gyorgy Sàrosì. Leggenda del calcio ungarico, dedicò il suo cuore ad una sola squadra, il Ferencvàros. Qui, segnò 351 reti in 382 apparizioni, condite da 42 gol in 64 presenze in Nazionale. Numeri sensazionali per un calciatore dall'intelligenza prodigiosa. Dopo aver, infatti, appeso le scarpe al chiodo, si laureò in Giurisprudenza e divenne prima avvocato, poi magistrato. Eh, ma davanti c'era l'Italia, ancora una volta. E ancora una volta a guidarla c'era Vittorio Pozzo, troppo moderno per essere battuto. In più, giocava il più forte calciatore di quell'epoca, Beppino Meazza. Finirà 4 a 2 per la squadra azzurra – con un gol proprio di Sàrosi, ma inutile. E siamo alla terza grande delusione dell'Ungheria.




Ma in Ungheria c'era ancora Horthy, che mal digeriva queste sconfitte, che macchiavano, probabilmente, prima il suo ego e poi la fama del Paese. Karoly Dietz, l'allenatore di quella formazione, resistette in panchina per qualche mese ancora. Poi fu sollevato dall'incarico. E sparì. Horthy aveva mietuto un altra vittima.

FINE PRIMA PARTE