martedì 11 novembre 2014

IL DERBY DEL SOLE


Napoli. Il derby del Sole. Non quello grigio e cupo milanese. Non quello freddo e monotono torinese. Il derby dei colori, caldi e freddi. Del tifo caldo. Di due popoli tanto simili, quanto orgogliosi delle proprie origini. Della propria terra. Dei simboli. Come il Tevere e il Vesuvio. Pezzi di storia, fin troppo spesso infangati dall'odio, più che dalle parole dei tifosi.
Un legame storico. Che non può e non deve essere interrotto da sporchi assassini. Da ultras insoddisfatti della propria vita – quella reale – che altro non hanno che sfogare i propri disagi nella violenza gratuita. Anche qui, i colori. Ma non il giallo e il rosso, il bianco e l'azzurro. E' il nero dei passamontagna. Delle pistole. Della morte.
Quando Mao Tse Tung e Tito perdevano la vita, in Italia non importava chi, fra Roma e Napoli, vincesse contro le potenze strisciate. Vinceva la Roma, si gioiva. Vinceva il Napoli, si gioiva. Insieme. L'inno alla vittoria. Ma non dei più deboli. Nessuno poteva solo pensare che Roma e Napoli fossero solamente dei fuochi di paglia. Ma era la vittoria di quelli scomodi, a Palazzo. Senza nemmeno tra le righe, lo diceva il grande Dino. Alla radio. A mezzo popolo. Altri tempi, altre persone. In campo e fuori.

Un legame, dicevamo. Il gemellaggio della terra meridionale, bagnata dal Mediterraneo. A Roma e a Napoli respiri salsedine. Il sapore del pomodoro, sulla pizza e nell'amatriciana, si sparge fra le vie storiche. Come possono essere così distanti le città del Sole? Il calcio non è guerra. Bombe carta. Petardi. Lacrimogeni. Le bandane insanguinate a coprire il mento. Formazioni a testuggine. Scene viste e riviste. Nauseanti. Come lo sport in preda a fazioni estremiste. Belliche. Roma non è il covo di assassini. E Napoli non è monnezza.
Ma volete mettere la curva Sud con i bandieroni e la curva A illuminata d'azzurro come il cielo? Ma cos'è il calcio senza coreografie. Senza curve. Senza colori. Solo un gioco triste. Grigio. Senza passione. Il calore glaciale. L'ossimoro.

Che torni a splendere il sole in città. Con il vento in poppa. Senza acqua. Ne pioggia, né lacrime. Il Vesuvio non laverà nessuno. Il Tevere non sarà la bara di alcun tifoso. Roma e Napoli, rivali sì. Ma non nemiche. Stringerò la mano all'avversario. Lo applaudirò. Tornerò a casa, dalla mia famiglia che mi aspetta con un piatto caldo servito in tavola. Vivo. Affinché il ghiaccio che separa me e te, si sciolga. Con il fervore, la foga, l'ardore di tutti noi. Amici, prima ancora che tifosi.