domenica 23 novembre 2014

Arpad Weisz, dallo Scudetto ad Auschwitz

Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito così racconta il grande Enzo Biagi, fra qualche confuso ricordo. Era il 1938, quando il diario dell'intera storia italiana viene completamente carbonizzato dallo squilibrio del razzismo. Mussolini non stava che anticipando la Soluzione Finale hitleriana, ma con le Leggi Razziali, per certi versi anche più atroci della demenza nazista e delle Leggi di Norimberga. Iniziava così, la diaspora di milioni di ebrei, prima privati di lavoro e scuola, poi, deportati nei campi di concentramento. In treno, pagando il biglietto. L'umiliazione sconfinata. E l'uomo ridotto a bestia, nemmeno animale. Fra questi c'era anche Arpad Weisz.


IL CALCIO GIOCATO. Figlio della grande Ungheria calcistica del primo Novecento – superata solo dalla formidabile squadra magiara degli anni 50, quella di Puskas e Grosics, miglior portiere del mondiale svizzero del 1954 – Weisz non entra immediatamente a contatto con il mondo del pallone. Studia infatti Giurisprudenza a Budapest, fantasticando una carriera forense. Ma lui è destinato a rivoluzionare il calcio, tanto che lo considerava come il suo mantra. Gioca allora nel Torekvés, dove si mette in mostra come come ala sinistra, capace di fornire assist in continuazione. Tra l'altro proprio come da tradizione – e d'altronde la nazionale d'Italia, che solo 10 anni più tardi avrebbe vinto due Coppe Rimet consecutive con Vittorio Pozzo, che pure si legherà a Weisz, era sempre uscita sconfitta contro l'Ungheria fino al 1924. Verrà notato in un amichevole fra Nazionali a Padova, e proprio il Padova gli offre la possibilità di scendere fra i campi italiani. L'anno seguente, il 1925, passa all'Inter, dove gioca, e anche bene, ma il ginocchio scricchiola. E appende le scarpe al chiodo, a 30 anni.



L'ALLENATORE. Ciò che ha reso, però, eccezionale Weisz, è stata la carriera da allenatore, tanto era moderno, tanto era avanti nel tempo. E' lui infatti che introdurrà i ritiri presso le località termali, così come è sempre lui ad introdurre il metodo Chapman, importato e rinnovato dal Regno Unito, la patria del calcio. Non a caso è proprio l'Inter che lo richiama sulla panchina per guidare la squadra nella stagione del 1926. Due anni di apprendistato, poi al terzo – tra l'altro il primo a girone unico, ossia la neonata Serie A – arriva lo scudetto, lanciando nel cannibalesco pianeta calcistico Beppino Meazza, cresciuto e coccolato come la propria creatura. Questo è il tricolore che lancia e consacra l'Inter fra le potenze del calcio, e ciò si deve solo ed unicamente a Weisz, in grado di sconvolgere tutta la tattica, tutti gli schemi di un gioco al pallone che fin troppo spesso terminava con un noioso pareggio. E di tutto questo, Weisz non potrà mai essere privato, perché ebbe la geniale intuizione di codificare la sua idea, in una sorta di calcio positivizzato. Scrive allora Il manuale del giuoco del calcio, la cui prefazione è redatta da Vittorio Pozzo, che ritorna ad intrecciarsi con la vita dell'ungherese.

Lascia l'Inter, e dopo una breve esperienza a Bari e con il Novara, giunge a Bologna. E il connubio funzionerà. Weisz trova una squadra dotata di una discreta struttura e di una buona base, ma che deve ancora compiere quel definitivo salto di qualità. Bene, l'ungherese ci riesce. Nel 1935, al primo anno sulla panchina rossoblu, conquista lo Scudetto. Si ripete anche l'anno successivo, in un fiume di trionfo e di lodi. E' senza dubbio il miglior allenatore d'Italia. E presto lo diventerà anche d'Europa. Sì, perché nel 1936 si terrà il Torneo dell'Esposizione Universale, ossia la competizione internazionale per eccellenza, a cui partecipava anche la formazione inglese del Chelsea. Finale annunciata: Bologna – Chelsea. A vincere sarà sempre lui, Arpad Weisz. 4 a 1 il risultato, senza possibilità di appelli.
Ma è il 1938 e, come detto, le Leggi Razziali vengono promulgate. Per Weisz non c'è più dimora in Italia, cacciato ed ostracizzato. La sua colpa era quella di essere ebreo, uno sporco ebreo, come amava ripete il Fuhrer nel Mein Kampf. Viaggia allora verso Parigi, ma cambia meta e giunge così in Olanda. E' il Doredecht, appena promosso in Serie A, che gli offre la panchina di una giovane squadra, costruita perlopiù su ragazzini alle prime armi, senza particolari velleità. E ancora una volta Arpad trasforma l'impossibile sfida in una vittoria. Al primo anno lotta per non retrocedere, vincendo lo spareggio finale. Poi ottiene due quinti posti consecutivi, senza, è bene ricordarlo, investimenti e giocatori affermati, battendo addirittura il maestoso Feyenoord. Solo lui e la sua voglia incredibile di vivere calcio. E' il 1942.



AUSCHWITZ. Poi, gli occhi si chiudono, anche in Olanda. Ora ci sono i gerarchi nazisti a comandare, ad imprimere sofferenze. E non si può più fuggire. Ora c'è Auschwitz. Nella tragedia, lo straziante supplizio incessante. Sì, perché Weisz viene separato dalla famiglia. La moglie Ilona, i figli Clara e Roberto sono strappati dalle braccia dello schivo padre, e il treno li porterà a Birkenau, il Mattatoio. Qui non riusciranno nemmeno a vedere l'alba del giorno seguente, perché scagliati direttamente nelle docce.

Ma Arpad continua a vivere. O forse è meglio dire sopravvivere, con le ultime energie, in un Lager che non conosce pietà. Cosa si può pensare quando la vita non ha più senso di essere vissuta? Niente. E tutto. La rabbia della vena appena sopra al collo pronta ad esplodere, l'impotenza, le nocche insanguinate lasciate contro un muro, che bianco ora più non è. Il sangue colora la ferraglia arrugginita della propria tomba. Ma nessuno versa lacrime, nonostante gli occhi vaghino persi nel vuoto. Loro – Arpad e tutti gli altri martoriati – erano uomini immortali nell'animo, con la scorza dura, impenetrabile. Prima o poi, però, le ossa fragili cedono, si sgretolano nel dolore, più spirituale, che fisico. E Weisz non ce la fa. Così, in una gelida mattinata del Gennaio del 1944, si arrende al Nazismo. E alla memoria. Sì, perché da lì in poi, Arpad Weisz fu essenzialmente dimenticato, e questo è paradossale. Come può uno dei tecnici più vincenti, più noti di quell'epoca dominata dalla ventata innovatrice del football, essere così facilmente scordato? E' il potere, irrazionale ed arbitrario, della Shoah, che sfugge dalle logiche. E chissà quanti altri si nascondo ancora sotto la terra umida delle fossi comuni, che pace non hanno mai trovato.